2011 in review

3 01 2012

The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2011 annual report for this blog.

Here’s an excerpt:

A New York City subway train holds 1,200 people. This blog was viewed about 4.700 times in 2011. If it were a NYC subway train, it would take about 4 trips to carry that many people.

Click here to see the complete report.

GRAZIE A TUTTI COLORO CHE SONO PASSATI PER IL MIO SITO, PER LEGGERMI, PER COMMENTARMI O ANCHE SOLO PER VEDERE COM’E FATTO. MI DISPIACE ESSER STATO MOLTO IMPEGNATO ULTIMAMENE, E SAPERE CHE DA OTTOBRE NON PUBBLICO UN SOLO POST NONOSTANTE DI COSE DA DIRE CE NE SIANO…..MI FA MALE! CERCHERO’ COME BUON PROPOSITO DEL 2012 DI ESSERE MAGGIORMENTE PRESENTE QUI, SU QUESTA MIA CREATURA, PER CONDIVIDERE CON VOI LA MIA VISIONE DELL’ITALIA E DEL MONDO. A TUTTI VOI AUGURI DI BUON ANNO E CI VEDIAMO NEL 2012! GRAZIE ANCORA!





Il mondo del lavoro in Italia: una realtà sconvolgente

14 10 2011

Non sono mai stato un grande fan di Iacona e del suo programma domenicale “Presa diretta” però le prime due puntate che ho visto quest’anno mi hanno lasciato notevolmente soddisfatto perché ho apprezzato il nuovo metodo di fare giornalismo e, complici gli ultimi mesi di fuoco sia economicamente che politicamente, gli argomenti si fanno molto interessanti. In particolare la puntata di domenica 19 settembre (http://www.presadiretta.rai.it/dl/portali/site/puntata/ContentItem-03cd89b1-7425-4962-9aa0-0f44ac3b62f6.html) è stata a dir poco sconvolgente. Parlava del mercato del lavoro in Italia, del precariato e dei vari contratti lavorativi che non danno sicurezza ad un’intera generazione di persone che il conduttore ha chiamato “generazione sfruttata”. Sfruttata perché alla mia generazione vengono offerte situazioni contrattuali che stanno un grandino sopra lo sfruttamento. Prendiamo ad esempio lo stage che ha sostituito il contratto di apprendistato, e che ho più volte criticato in questo blog. Io chiamo lo stage “sfruttamento legalizzato” perché solo una bassa percentuale degli stage offre davvero qualcosa ai giovani in fatto di competenze e conoscenze. La maggior parte degli stage sono usati dalle aziende per assumere manodopera a costo zero. Devi eseguire un compito relativamente facile e poco specializzato? Non vai ad assumere per sei mesi una persona, prendi uno stagista e costa niente e hai il lavoro fatto. Ancora più vergognoso è se è lo Stato a sfruttare i giovani attraverso gli stage: io stesso sono rimasto incastrato in questo meccanismo di stage e non ho visto mai un euro dai lavori che ho svolto. A mio avviso il principio generale che dovrebbe vigere nel nostro ordinamento è che il lavoro, in qualunque forma, va retribuito. Non si possono dare alle aziende possibilità così ampie di sfruttare i lavoratori senza pagarli. Poiché il nostro sistema si basa sul denaro, se io perdo tempo a lavorare è giusto che questa perdita di tempo mi venga remunerata un minimo. Ma a favorire tutto questo proliferare di contratti assurdi è l’attuale diritto del lavoro che di certo impedisce ai giovani di fare progetti a lungo termine. Oltre a ciò si deve anche menzionare l’eccessiva pressione fiscale attuata dallo Stato nei confronti delle aziende e che rende poco conveniente per la singola impresa assumere una persona. D’altronde che si può dire se un lavoratore ad un’azienda costa il doppio del netto in busta paga e se un’azienda ha tante difficoltà a licenziare?

Fondamentalmente quello che mi sconvolge è il pensare che nessun Governo o partito politico ha cercato negli ultimi anni di dare avvio ad una riforma del diritto del lavoro dando l’idea che in Italia va bene così, siamo soddisfatti del nostro diritto del lavoro. Il mio obiettivo non è quello di reclamare il posto fisso per tutti, e contratti a tempo indeterminato per tutti. So perfettamente che questo non porterebbe il mercato del lavoro ad un’efficienza accettabile, ma non possiamo nemmeno credere che i giovani debbano andare avanti ad apprendistati e stage professionalizzanti! Uno Stato deve essere in grado di garantire prospettive certe al proprio popolo. Deve saper mettere in concorrenza i vari lavoratori al fine di ottenere il risultato migliore attraverso la concorrenza, ma deve anche saper fornire certezze alle nuove generazioni. L’Italia al momento certezze non ne dà, e la fine del servizio la dice lunga! Iacona è andato a Barcelona dove c’è la maggiore comunità di italiani all’estero e ha scoperto che lì in Spagna gli italiani espatriati vivono meglio di come vivevano in Italia. La Spagna ha saputo valorizzare i loro talenti tanto da permettergli di avere le certezze giuste per fare una famiglia, cosa che in Italia non è accaduta. La mancanza di certezze alla lunga provoca questo: matrimoni contratti oltre i 30 anni, pochi figli, tasso di natalità basso. Secondo me è indicativo se tutti quegli italiani hanno fatto dei figli solo una volta che sono giunti in Spagna! E su questo aspetto la classe politica dovrebbe riflettere! Non solo: il problema forse più grave è che l’Italia rischia, nel lungo termine, di avere un deficit di conoscenze. Mi spiego: abbiamo persone e strutture che ci permetterebbero di essere una Nazione all’avanguardia ma non le sfruttiamo! Importiamo manodopera non specializzata, immigrati dall’Africa che svolgono lavori umili ma necessari e di cui ogni Paese ha estremamente bisogno. Però si tratta di manodopera non specializzata, si tratta di lavori che ciascuno di noi potrebbe fare. Invece noi esportiamo ricercatori e manodopera altamente specializzata, laureati, persone che fanno la fortuna di altri Paesi. Studiano qui e applicano ciò che hanno studiato all’estero. A lungo termine (ma in Italia chi cavolo guarda al lungo termine?) questa strategia è perdente perché crescono gli altri Stati grazie agli italiani ma non cresciamo noi. E questo è il secondo importantissimo effetto dell’attuale sistema lavorativo, sociale e politico. La nostra classe politica su questo deve interrogarsi, sul fatto che gli italiani debbano andare all’estero perché se restano in Italia devono andare avanti con lo stipendio dei genitori! A nessuno credo piaccia andarsene di casa e vivere in un altro Paese, soprattutto se parliamo dell’Italia che è bellissima, ma ormai questo si sta rendendo necessario. Imprescindibile direi.

Altro punto che voglio analizzare è il perché le aziende siano “costrette” a offrire contratti junk da qualche spicciolo al mese. Oltre alla tassazione di cui ho già parlato e che non rende conveniente l’assunzione c’è anche il fatto che le università italiane sono di bassissimo livello. Non preparano, cioè, all’entrata nel mondo del lavoro dei ragazzi. Forniscono nozioni prettamente teoriche che poi all’atto pratico servono a poco. Praticamente studi cinque anni all’università e quando entri nel mondo del lavoro non sai ancora niente e per l’azienda non sei altro che un peso. Non vorrei che di questo passo i giovani dovessero, a 24 anni, pagare un’azienda per poter fare tirocinio, dopo aver pagato 5 anni di università! Se invesse si riformasse il sistema universitario dando maggior peso alla pratica lavorativa piuttosto che alla mera teoria forniremmo al Paese una schiera di giovani pronti già per l’ingresso nel mondo del lavoro e che non necessitano di lunghi periodi di apprendistato/prova per imparare un mestiere. Invece l’università italiana sembra essere scesa di livello tanto da essere paragonata più ad un liceo che ad una formazione superiore. Si dovrebbe, secondo me, essere selettivi sia nell’ingresso del mondo universitario sia nei programmi. L’Università non dev’essere qualcosa di scontato o un percorso qualunque; dev’essere un percorso che una persona intraprende perché davvero motivata. Dunque o si propongono programmi sempre più difficili, oppure si seleziona all’ingresso, o a livello di conoscenze possedute o a livello di reddito. Lo so che la seconda scelta può essere odiosa e fa molto American style ma se aumentiamo le rette universitarie del doppio affiancandole a generose borse di studio e a sgravi fiscali al raggiungimento di tot crediti l’anno eviteremmo di vedere gente perditempo all’università o persone che si iscrivono per godere dei benefici della vita da studente universitario (feste il sabato sera, il venerdì, il mercoledì e pure la domenica).

Come mostrato, quindi, la puntata di Presa Diretta si è rivelata molto utile per prendere coscienza di un problema non affatto indifferente e cioè che il mercato del lavoro italiano va regolamentato diversamente. Le linee guida da tener presente secondo me dovrebbero essere quelle indicate in questo post, ma bisogna anche ricordarsi gli effetti nefasti sulla società di politiche occupazionali sbagliate. Non sottovalutiamo il basso tasso di natalità o il deficit di conoscenze perché lo sviluppo di una società si basa sulle nuove generazioni e sulle conoscenze. Le due generazioni precedenti alla mia già ci prospettano un futuro fosco fatto di pensioni molto basse e occupazione scarsa, almeno che si diano da fare per cambiare il mondo del lavoro attuale! Tempo ce n’è ma non troppo. Non tergiversiamo, grazie, come abbiamo fatto sinora. C’è da rivoluzionare un paese vecchio che fa una figura pessima persino al cospetto della Spagna che, dicendolo onestamente, non ha mai brillato né per sviluppo né per qualità della vita. E forse un motivo ci sarà!





I padani non esistono? Perché gli italiani si?

6 10 2011

Il Capo dello Stato che di solito è sempre misurato ed equilibrato è intervenuto in questi giorni per affermare l’inesistenza del popolo padano per come viene invocato dalla Lega Nord. Questo ha suscitato un turbinio di risposte da parte delle diverse fazioni politiche perché generalmente i discorsi del Capo dello Stato trovano sempre tutti d’accordo e sono più che condivisibili. Con questo intervento invece, a mio avviso, ha esagerato e ha mal interpretato i propri poteri. Per quanto ammetto sia una sua prerogativa contestare questo o quel partito politico, questo o quell’altro leader politico, in realtà il ruolo del Capo dello Stato dev’essere, come già detto, di equilibrio tra i poteri. Con questo intervento, invece, è andato aldilà del proprio ruolo. Non tanto perché abbia dato l’idea di essere di sinistra o contro la Lega Nord ma perché non è certo un problema che affligge l’Italia quello della secessione! Di fronte alla disoccupazione galoppante, la speculazione che imperversa nei mercati e all’instabilità politica forse Napolitano poteva dire altre cose ben più interessanti! Ma oltre a questo discorso, ce n’è un altro che mi preme fare maggiormente: se è vero come ritengo sia vero che un popolo padano non esista, è altrettanto vero che un popolo può anche essere creato! E che ci possono essere stati senza un popolo e popoli senza uno Stato. Durante il risorgimento anche il concetto di “italiano” era piuttosto sfumato e poco concreto! E il concetto attuale di “italiano” è ancora sfumato ed incerto, basti pensare a chi vive attorno al confine italiano (come i trentini) che parlano un loro idioma solo accompagnato con l’italiano e hanno tradizioni e culture molto diverse. Anche le differenze regionali la dicono lunga sull’unità del nostro popolo, quindi se è vero che il popolo padano non esiste è altrettanto vero che il popolo italiano può essere definito come un insieme di persone che vive all’interno di confini prestabiliti e che non sempre condivide usi e costumi uguali. Ma se secondo il nostro Capo dello Stato è inutile parlare di ciò che non esiste, allora come mai esiste il concetto di “popolo italiano” se solo 150 anni fa non c’era? Quello che voglio dire in sostanza è che non è importante l’esistenza di un popolo per procedere alla formazione di uno Stato! La storia italiano lo insegna e lo dimostra: i veneti erano sotto gli austriaci e i meridionali sotto gli spagnoli. Non avevano nulla da spartire eppure adesso vivono nel medesimo Stato. Lo stesso in Belgio tra valloni e fiamminghi e un po’ in tutto il globo. Quindi secondo me non è tanto importante che esista o non esista il popolo padano, quanto che tale popolo presunto esista maggiormente dell’italiano che è un concetto più astratto che reale. Tutti noi ci identifichiamo con la propria regione di provenienza o col proprio paese, e non ci son dubbi sul fatto che dopo 150 anni non abbiamo ancora raggiunta la vera Unità! Di certo a questo Capo dello Stato spetta il difficile compito di mettere gli uni assieme agli altri e cercare di costrure un’unità che non esiste. Va però apprezzato lo sforzo e il coraggio che ci mette nell’esprimere le proprie idee anche se, come questa volta, sono idee che si reggono fragilmente in piedi!





L’Italia? Un paese di merda!

26 09 2011

Sembrerebbe questa la risposta che il nostro Presidente del Consiglio darebbe in piena onestà se qualcuno gli chiedesse di dare un giudizio sul Paese che sta guidando da parecchi anni. Fantasia? Non proprio. Dalle intercettazioni si evince che Berlusconi abbia detto proprio questa cosa dell’Italia, e da qui ne è nato un polverone. Polverone dovuto al ruolo istituzionale di primaria importanza ricoperto dal Presidente del Consiglio e da una sorta di incoerenza, perché se l’Italia è a suo dire un paese di merda, qualcuno potrebbe rimproverargli che la colpa è parzialmente sua. Non nego che mi pare assurdo che un Premier apostrofi il proprio paese in questa maniera, ma non voglio nemmeno fare il finto offeso. Leggendo le intercettazioni non mi sono minimamente offeso per la semplice ragione che l’Italia è effettivamente un paese di merda e non è stato certo Silvio Berlusconi a renderlo tale. Forse avrà contribuito, certo, ma ad aver reso l’Italia un escremento siamo stati noi, i suoi abitanti, ciascuno coi propri vizi e le proprie negatività. Quindi anche se non dovrebbe accadere, ci sta che Berlusconi pensi questo del nostro Stato. Tuttavia un conto è pensarlo e tenerselo, un conto è esternarlo. Ma anche qui bsogna fare dei distinguo: Berlusconi non l’ha detto pubblicamente, non l’ha detto ad una riunione o ad una conferenza, semplicemente se l’è lasciato sfuggire al telefono durante una conversazione privata. Chissà quanti prima di lui, ma non intercettati, l’avranno detto! Eppure se questo sistema delle intercettazioni non fosse esistito di certo noi italiani non ci saremmo preoccupati né avremmo fatto nascere un polverone. Anche in questo caso, purtroppo, Berlusconi può essere difeso sostenendo di essere stato spiato al telefono. Esatto, spiato non intercettato direi io, perché tutto questo polverone non ha senso di esistere visto che non è né reato dire che l’Italia è un paese di merda, né è penalmente rilevante ai fini delle indagini!

Se prima credevo che i magistrati comunisti e manovrati fossero solo una messinscena di Berlusconi per giustificare l’accanimento giudiziario nei suoi confronti adesso comincio a crederci e, credetemi, è molto strano perché sono in un periodo di disaffezionamento del Premier. Però quando sui giornali leggo intercettazioni del premier utili soltanto per il gossip, come le foto in Sardegna di Zappaddu, allora mi convinco che ci sia dietro tutto ciò una sorta di trama politica per cercare di sconfiggere il Cavaliere non sul terreno politico ma su quello degli scandali. Una qualsiasi persona intelligente sa che non dovrebbero essere riportate le frasi che Berlusconi dice al telefono se non sono rilevanti per l’inchiesta, e mi domando allora come possa essere considerato importante per l’inchiesta la frase espressa da Berlusconi! C’è un desiderio di sputtanarlo che mostra come la Magistratura col cavolo che è indipendente dalla politica! Sembra quasi un prolungamento della stessa! Laddove non si arriva politicamente ad ottenere un determinato risultato, ci si arriva attraverso le inchieste pilotate, le inchieste fasulle e gli scandali che durano al massimo una settimana. Anche per questo motivo l’Italia è un paese di merda! E i magistrati che si comportano in tale maniera contribuiscono attivamente a renderlo ancora più di merda! Come se non bastasse non si può nemmeno pensare che Berlusconi sia stupido e che ogni volta si faccia fregare da chi lo intercetta. Sa di essere nell’occhio del ciclone, sa di essere intercettato, sa che ogni cosa che dice verrà usata sulla stampa contro di lui. Quindi se lui continua, imperterrito, a telefonare come se nulla fosse vuol dire che vuol dimostrare che effettivamente dietro ad alcuni suoi processi c’è una trama politica! Secondo me non è esercizio di stupidità il suo, ma dimostrazione di furbizia: scandalo in più o in meno non gliene frega, processo in più o in meno non gli cambia la vita, quindi tanto vale dimostrare che ci sono persone che usano le intercettazioni non a fini processuali ma per lo sputtanamento politico! E in questa maniera una legge contro le intercettazioni così concepite non dico sia necessaria, ma auspicabile. Auspico che venga promosso un disegno di legge di regolamentazione delle intercettazioni, legiferando che non tutto ciò che si intercetta possa essere dato in pasto ai giornali, ma solo ciò che è penalmente rilevante. Dire che l’italia è un paese di merda non è penalmente rilevante, non ha niente a che vedere col processo e avrebbe potuto benissimo essere coperto da omissis. Se ciò non è accaduto vuol dire che c’è una trama politica evidente volta a fregare il Premier e costringerlo alle dimissioni. Si cerca, tramite la Magistratura, di falsare il voto popolare, e dunque la Magistratura dovrebbe accorgersi di non essere più indipendente dalla politica e di non assolvere più ai suoi compiti.

Ma se da una parte c’è il Presidente del Consiglio che va a donne e parla male del proprio paese, dall’altra parte c’è un’opposizione che non può nemmeno criticare perché un suo alto dirigente nazionale è coinvolto in un processo di tangenti. Non spiccioli, tangenti! Altro che dire che l’italia è un paese di merda! Qui il Pd fa più schifo di Berlusconi stesso e nella situazione nella quale l’Italia versa attualmente tutti perdonano le cazzate e i reati degli altri perché ciascun partito, se guardasse in casa propria, noterebbe di avere scheletri nell’armadio che è meglio non tirare fuori! Quindi forse l’Italia non è un paese di merda perché Berlusconi lo rende tale, ma forse siamo proprio noi, i suoi cittadini a renderlo tale! Se ciascun partito ha le proprie rogne, e molti individui in Italia considerano la legge un qualcosa di superfluo evidentemente siamo noi a rendere il nostro Paese un letamaio, non Berlusconi! La figura schifosa che facciamo all’estero non è responsabilità del Governo o di Berlusconi ma degli italiani che sono lo zimbello d’Europa. Quando vai all’estero non si mettono a ridere per Berlusconi, ma perché sei italiano! Questa è la grossa differenza! Poi, certo, ci sono delle altre persone che pensano bene di sputtanare il proprio paese dando ai giornali intercettazioni idiote che a nulla servono nel processo che danno un’immagine ancora peggiore di noi italiani e dell’Italia. In conclusione, quindi, a seguito di questo spiacevole episodio sono stato costretto, mio malgrado, a rivedere l’opinione che mi ero fatto su Berlusconi come pazzo visionario che ce l’ha con la Magistratura. Fosse un esame di coscienza da parte di ciascuno di noi, o da parte di certi magistrati ci farebbe capire come l’italia sia un paese di merda perché noi, dalla base, non siamo affatto un granché!





La manovra e i mercati finanziari

15 09 2011

Su suggerimento della Bce l’Italia ha varato una manovra, definita la “manovra di Ferragosto” che aveva come obiettivo primario tranquillizzare i mercati finanziari mostrando che il Governo italiano aveva preso a cuore la questione del debito pubblico e del pareggio di bilancio. Cosa ne è venuto fuori? Una schifezza oserei dire. Non tanto nei contenuti visto che gli effetti son difficilmente pronosticabili, quanto nei tempi e nei modi usati per varare questa manovra. Siamo partiti poco prima di Ferragosto a parlare di una super manovra da non so quanti miliardi di euro che aveva l’obiettivo di apportare numerose modifiche nella società italiana al fine di avere un bilancio in pareggio nel 2014. Uno si aspetta che una volta che esca dal Consiglio dei Ministri lo scheletro della legge finanziaria rimanga più o meno lo stesso, invece per un mese si è dibattuto sui giornali delle modifiche alla manovra, di ciò che era stato tolto e di ciò che era stato aggiunto. Si son tirati fuori tanti di quegli argomenti che poi, piano piano, sono stati accantonati uno dopo l’altro.

Parto col dire che se un Governo vuole tranquillizzare i mercati finanziari non può proporre determinati interventi, poi ripensarci, cancellarli e poi rimetterli. Questo non è chiarezza di idee e dimostra lontano un kilometro che il Governo Italiano non sa dove andare a parare. Al posto di porsi un obiettivo e poi equilibrare gli interventi per arrivare a quell’obiettivo, il nostro Governo ha ben pensato di proporre degli interventi random che però se legati assieme non credo possano fare bene all’economia italiana. Se da un lato, infatti, può essere assicurato il pareggio di bilancio tra tre anni (ne siamo davvero sicuri?) d’altra parte una manovra simile, a mio avviso, rischia di portare ad una nuova depressione e ad una perdita del potere di acquisto delle famiglie che si traduce in minori consumi, ergo nuova depressione. Diversamente, l’obiettivo doveva essere quello del pareggio di bilancio senza penalizzare le famiglie e i consumi. Certo, il compito non era facile, ma si doveva cercare di equilibrare i due obiettivi, cosa che non è stata fatta. Altra colpa che rivolgo all’esecutivo è l’aver pensato maggiormente all’effetto sulle votazioni di questa manovra: come è insito nella politica italiana non si pensa al bene della Nazione ma al bene del singolo partito che forma la maggioranza. Se una manovra impopolare avrebbe potuto portare vantaggi alla popolazione, senza dubbio andava presa. Invece il Pdl ha pensato bene di riflettere sugli effetti della manovra in fatto di percentuali alle prossime elezioni e ha deciso di non scontentare nessuno. In tempi come questi il vero statista si vede dalla capacità di portare a termine manovre ed interventi decisamente impopolari ma che vadano nella direzione del risanamento dei conti. Berlusconi, sotto questo profilo, non si è rivelato uno statista e poiché la mia stima nei confronti del Berlusconi politico è precipitata negli ultimi mesi, l’altra colpa che rivolgo all’esecutivo riguarda la fine del ciclo berlusconiano. La Lega deve svincolarsi da Berlusconi e Berlusconi stesso non dovrebbe ricandidarsi alle prossime elezioni. Non ha dimostrato, in tre governi, di saper agire secondo una mentalità imprenditoriale, non ha inciso sulle uscite e sulle spese statali e non ha apportato grandi cambiamenti. Ergo ha fallito e la sua era è terminata. Alla fine di questa legislatura lasci tutto e si ritiri a vita privata perché se è vero che all’orizzonte non vedo nessuno in grado di fare il leader del Pdl, è altrettanto vero che con Berlusconi l’Italia non può andare molto avanti. Ultima responsabilità che addosso al Governo è la non volontà di incidere e tagliare le spese della politica: se è vero che “cane non mangia cane”, è altrettanto vero che la politica centrale era il settore da colpire più duramente. Non si dovevano tagliare le spese dei Ministeri, ma le spese di organizzazione e funzionamento della Repubblica Italiana. Via i privilegi ai politici, via i doppi stipendi, taglio dei parlamentari, taglio delle province senza se e senza ma (senza tentennamenti come successo in questa manovra), taglio degli stipendi politici e via discorrendo. Invece nulla di tutto ciò appare nella manovra; si parla di taglio ai ministeri e peggio ancora taglio dei finanziamenti agli enti locali che ormai vengono strozzati e potrebbero non essere in grado di assicurare i servizi fondamentali ai cittadini. Gli enti locali non andavano toccati e invece, al posto di agire sulla politica nazionale, si è pensato di ridurre all’osso i trasferimenti agli enti locali. Insomma, una politica decisamente miope!

Se però queste sono le principali colpe del Governo attualmente in carica, non è che dalle opposizioni giungono notizie rassicuranti! Il Pd e l’Idv non hanno proposto alcunché di interessante che potesse arricchire e migliorare la Finanziaria in questione ma, anzi, l’unica cosa che son stati capaci di dire è la parola “dimissioni”. Se è vero che è loro diritto chiedere le dimissioni di un Governo che è ben poco coeso e naviga a vista, forse non si sono resi conto della portata della loro richiesta: le eventuali dimissioni del premier avrebbero fatto schizzare i rendimenti italiani alle stelle così come si è verificato in Portogallo. Avremmo avuto due mesi di immobilità, di problemi finanziari e magari avremmo dovuto anche invocare l’aiuto europeo. La prima cosa da evitare era, appunto, lo scioglimento della Camere. Un’ipotesi alquanto nefasta in un periodo di grande incertezza e pericolo finanziario. Quindi un’opposizione cosciente e responsabile avrebbe dovuto eliminare per i prossimi due anni la parola dimissioni dal proprio vocabolario. Sebbene un governo come questo non ci aiuterà certo a superare la bufera per lo meno è in grado di portare avanti le proposte di legge (giuste o sbagliate che siano non importa) e ha i numeri per poter governare. Invocare le dimissioni mi è quindi parso estremamente egoista e vale per l’opposizione la critica fatta per la maggioranza riguardante il fatto che un partito politico non deve pensare, in tempo di crisi, alle ripercussioni in fatto di voti ma deve pensare esclusivamente a portare avanti manovre serie, drastiche e anche impopolari se necessario. L’opposizione aveva l’obbligo morale di proporre delle alternative, non di dire no ed invocare le dimissioni del Presidente del Consiglio perché in questa maniera non ha contribuito a rasserenare i mercati finanziari che, invece era l’obiettivo primario. Ha pensato solo al proprio tornaconto e non a quello degli italiani!

Infine la terza componente che critico è la Cgil che ha promosso uno sciopero a mio dire vergognoso in quanto non mi pare questo il periodo di essere disuniti. Ripeto che di fronte ai mercati finanziari bisogna cercare di dare un’idea di coesione e convinzione che noi italiani non abbiamo mai avuto. Proprio in questa situazione di crisi si richiede a tutto il popolo italiano di dimostrarsi compatto e di cooperare al miglioramento della manovra. La Cgil, al pari delle opposizioni, non ha fatto nulla di tutto ciò ma si è limitata a criticare i tagli inseriti nella manovra e a proclamare uno sciopero generale. Diversamente dagli altri sindacati che hanno invece mostrato coesione, sebbene sia diritto di tutti esprimere la propria contrarietà ad una legge o ad una manovra, la Cgil ha preteso che le proprie indicazioni venissero recepite e inserite nella manovra. Purtroppo però è il Governo a fare le leggi, in particolar modo in questa situazione caratterizzata da necessità ed urgenza! Non speravo che la Cgil fosse d’accordo, semplicemente che capisse che c’è bisogno da parte di tutti di fare dei sacrifici e che, nonostante dovrebbero essere le fasce più ricche a contribuire maggiormente ma sempre in proporzione al proprio reddito, anche se la manovra non piaceva si poteva comunque, per il bene del paese, trovare un punto d’accordo senza fare scioperi e senza dare ai mercati finanziari quella disgustosa impressione che in Italia siamo tutti contro tutti. Chiedevo soltanto maggiore responsabilità al sindacato guidato dalla Camusso e invece responsabilità non c’è stata. Ci sono momenti nei quali a volte è bene mettere da parte il proprio ego o il proprio interesse e cercare di ragionare nella complessività. Che la manovra sia positiva o negativa quello che era importante era che venisse scritta secondo le indicazioni giunte dalla Bce e in modo da dare un segnale forte ai mercati. Grazie al Governo che ha tentennato più e più volte, alle opposizioni che chiedono continuamente le dimissioni e alla Cgil che sciopera abbiamo dato l’idea di un paese davvero allo sbando. E non cerchiamo di dare colpe soltanto al Governo! Se l’Italia è allo sbando lo dobbiamo all’incapacità di ciascuna componente di pensare alla collettività e son convinto che questa cosa dovrebbe farci riflettere visto che ni eleggiamo dei parlamentari che dovrebbero pensare a noi e non a loro! Se è questa la qualità dei nostri rappresentanti, allora sarebbe il caso che se ne andassero tutti, non il Governo o l’opposizione, ma Governo ed opposizione! Abbiamo fallito nel dimostrare che l’Italia è una ed è coesa e abbiamo dato un’immagine pessima all’intero mondo. Come se non bastassero le figure barbine che noi e i nostri connazionali combinano in giro per il mondo, ora si è messa la politica e il mondo sindacale a mostrare che in Italia non c’è un’idea chiara di quale direzione prendere al fine del risanamento dei conti pubblici!





Novità: i comunisti sono ancora vivi!

12 09 2011

Le recenti notizie di cronaca ci fanno scoprire che gli uomini comunisti in Italia non sono ancora del tutto estinti. Certo, sono in via di estinzione (per fortuna non sono una specie protetta) ma non si sono ancora estinti nonostante c’è un fuggi fuggi generale, nel settore della politica italiana, dalle ideologie comuniste o da uno scomodo passato. Le persone che hanno ripudiato il proprio passato si possono contare sulle dita di decine di mani e il partito comunista è quasi scomparso dalla scena politica nazionale. Partiti che incarnino l’ideologia comunista (per fortuna a mio avviso) non ce ne sono più in Parlamento. Chi ci sembra vicino sembra Nichi Vendola e il suo Sel ma non lo è nemmeno troppo. Il Partito dei Comunisti italiani e Rifondazione ormai esistono solo in piccole roccaforti dalle quali verranno prima o poi scalzati e mandati finalmente in pensione. Gli esponenti non si rassegneranno, certamente, ma daranno vita a nuovi movimenti in continuazione, ad alleanze varie che al massimo conteranno l’1% nella scena politica nazionale. Prevedo nel lungo termine la morte totale di partiti comunisti duri e puri. Per il momento sembrano in una situazione di passaggio, del tipo: “Non sono morto, ma ho più di mezzo piede nella fossa”. Di certo non sentirò la mancanza di persone come Bertinotti, Diliberto e Ferrero. Di alcuni di questi nemmeno certi esponenti o sostenitori della sinistra democratica credo non sentiranno la mancanza visto che hanno fatto cadere il governo Prodi e hanno spianato la strada a Berlusconi. In buona sostanza nessuno ne sentirà la mancanza. Ma allora, che ci stanno ancora a fare? Già i Verdi non si sa che fine abbiano fatto, so che hanno cambiato due volte segretario e che sono ai margini della politica italiana quasi alla pari dei partiti di estrema destra. Diversamente dagli amici comunisti, però, non hanno nemmeno piccole roccaforti da difendere, ergo sono già morti si potrebbe dire! Vabbè, nemmeno questo mi toglierà il sonno stanotte.

Tuttavia quello che mi preoccupa, e non poco, è il vero motivo per cui ho scritto questo post, ossia il fatto che alcuni comunisti siano arrivati al Giro di Padania e abbiano cominciato a prendere a ceffoni e pugni i partecipanti oltre a provocare il rallentamento della corsa. Ora, non mi comporterò da ipocrito finto ciclista; del ciclismo non me ne frega granché, ma quando delle persone scalmanate, fedeli ad un’ideologia scambiano una corsa ciclistica per un palcoscenico politico allora sì che comincia ad interessarmi. Perché ho come la sensazione che in questo paese si stia cominciando a perdere la bussola e fare cose assurde certi che nessuno verrà a dirci niente. Ho sempre visto i giovani di estrema sinistra come beneficiari di una qualche impunità mediatica: se un atto riprorevole veniva compiuto da un fascista nella stampa locale o nazionale lo stesso fatto veniva esasperato, mentre il fatto che alcuni esponenti locali dei vari partitini comunisti abbiano interrotto una gara per prendere a pugni e schiaffi i partecipanti non ha destato più di tanto clamore. Ho capito che i comunisti debbano farsi vedere in qualche maniera, pena la loro morte politica, ma non mi pare molto intelligente farlo durante una competizione agonistica e per di più seria. Perché di questo si tratta! Non è una corsa degli amici leghisti e di Bossi, ma di una gara organizzata dalla Federazione Italiana di Ciclismo e che prevede un vincitore, un secondo, un terzo, dei premi e un’organizzazione non indifferente. Tra l’altro alla corsa partecipano nomi non sconosciuti anche a me che non sono un grande appassionato di ciclismo, come Ivan Basso e Sasha Modolo. Io depreco sempre la violenza, nel momento in cui viene utilizzata durante una manifestazione sportiva la depreco due volte e la considero semplicemente come dimostrazione di ignoranza. Evidentemente il signore che ha preso a schiaffi il ciclista trevigiano non aveva molto sale in zucca o forse, molto più probabilmente, la zucca nemmeno l’aveva. Resta il fatto che dirigenti locali e nazionali (Ferrero) si sono accalorati a manifestare e protestare con stupide giustificazioni contro quella che rimane, è bene ricordarlo, una manifestazione sportiva agonistica. Lì non si va a scherzare, si va per gareggiare e vincere. Mettersi in mezzo durante la corsa, bloccare i ciclisti e prendere a schiaffi il primo che capita evidentemente è un preoccupante segnale che in Italia i comunisti non sanno più cosa inventarsi pur di farsi notare. Peccato che ogni volta sia per motivi negativi che, forse, tolgono altri punti percentuali al piccolissimo gruzzolo di voti che ormai hanno nell’intera Nazione. Non capisco questo astio che il comunista medio ha nei confronti della parola “Padania”. E’ come se ogni volta che è presente questo termine lo associ al partito di Bossi. Eppure Padania o semplicemente padano è una parola che esiste da anni nella nostra lingua e non di certo dagli anni Novanta quando il Senatur fondò il proprio partito con un nome che già indicava una pianura estesa lungo tutto il Nord d’Italia! Se ne facciano una ragione questi poveri comunisti che non sanno più dove sbattere la testa! Non sempre Padania è riconducibile alla Lega Nord, e se anche viene dato questo nome ad una corsa ciclistica che si svolge nella pianura Padana bè che male c’è? Come la vogliamo chiamare?

Consiglierei a queste persone di darsi da fare sul territorio (che non significa alzare le mani) e cercare di salire alla ribalta non per fatti spiacevoli ma per iniziative serie, intelligenti e concrete. Di figure barbine in passato ne hanno già fatte abbastanza, non sarebbe ora da parte loro cercare di riscattare la propria immagine? O preferiscono dare la mazzata finale ad un partito ed un’ideologia in stato comatoso? Dimostriano, anche una sola volta, di essere delle persone intelligenti, a partire dal loro segretario, il Sig. Ferrero che potrebbe anche lasciar perdere il Giro di Padania per concentrarsi sulle cose che davvero contano. In un momento di crisi economica, disoccupazione alta, mercati in fibrillazione e finanza speculativa il partito comunista dovrebbe fare la parte del leone. Invece perde consensi come se nulla fosse e si lascia andare ad azioni che ne sporcano ed offuscano l’immagine. Dal mio punto di vista finché continuano così è tutto oro, ma rifletto soltanto sul fatto che non mi pare intelligente comportarsi in questa maniera. Ma forse, già le immagini degli organi di stampa avevano decretato la scarsa intelligenza di alcuni responsabili locali e nazionali dei partiti comunisti!





Piccolo dizionario della crisi economica

9 09 2011

Guarda caso i problemi dei mercati finanziari che preoccupano l’Italia sono l’argomento della mia tesi triennale: “Il rischio paese” al cuio interno analizzavo sia il concetto di rischio di credito, sia il rischio paese con tutti quei nomi strani come “spread”, “Bund”, “CDS”, “rating” eccetera. Per dare una vaga idea di cosa stanno dicendo i giornali della crisi economica, riassumerò concetto per concetto per dare un’idea di quale sia il problema.

Innanzitutto partirei col dire che il problema riguarda la mancanza di fiducia degli operatori finanziari nei confronti del nostro Paese. Complice la bassa crescita, le performance macroeconomiche (andamento del PIL, andamento del debito rapportato al PIL eccetera) scarse, gli operatori finanziari hanno cominciato a non considerare più il nostro paese un paese sicuro. Sicuro di cosa? Sicuro di rimborsare alle scadenze programmate i debiti che lo Stato contrae nei confronti dei privati. E questi debiti cosa riguardano? Ogni anno lo Stato chiede denaro agli investitori sottoforma di obbligazioni al fine di poter finanziare la spesa pubblica (semplificando i servizi offerti alla cittadinanza). Poiché per vari motivi che non sto qui a spiegare le entrate spesso risultano inferiori alle uscite, si verifica un deficit di bilancio che dovrà essere compensato in qualche maniera. Questa maniera è l’emissione di obbligazioni (in inglese bond), ossia un modo per lo Stato di chiedere a prestito il denaro degli investitori privati (le famiglie) che promette di rimborsare alla scadenza con tanto di interessi. Non sto ora a complicare le cose e parlare di cedola (gli interessi) semestrale, annuale o obbligazioni senza cedola, ma conta sapere che queste obbligazoni altro non sono che un prestito. Differiscono dalle azioni proprio per questo motivo: le azioni non sono un prestito ma danno diritto all’investitore di diventare socio della società e di concorrere proporzionalmente alla propria quota agli utili e alle perdite della società. Il guadagno in un’azione è rappresentato dal dividendo (utili divisi alla fine dell’anno) distribuito ai soci, sicché se la società va in perdita potrebbe non esserci distribuzione dei dividendi, mentre l’obbligazione instaura tra lo Stato e l’investitore un rapporto di credito a favore dell’investitore. Bene, una volta spiegata cos’è un’obbligazione e la differenza con l’azione passiamo ad analizzare dove sta il problema delle obbligazioni italiane e perché sono state il centro di questa crisi finanziaria scoppiata recentemente. La fiducia nei mercati finanziari risulta fondamentale: se tu non hai fiducia che il tuo debitore riuscirà a pagarti gli interessi tra un mese e a rimborsarti il capitale investito alla scadenza, allora vendi l’obbligazione prima che sia troppo tardi. La contemporanea mancanza di fiducia, assieme alla speculazione, ha provocato un aumento dei rendimenti delle obbligazioni italiane. Perché? Perché in finanza esiste la regola dell’alto rendimento = alto rischio. Se uno Stato è finanziariamente forte e l’investitore è sicuro che non avrà problemi di insolvenza (cioè di mancato pagamento) il rendimento che l’obbligazione di quello Stato incorporerà sarà basso visto che il rischio è altrettanto basso. Investire in paesi rischiosi, come quelli africani o la Grecia invece è più pericoloso e visto che poche persone hanno il coraggio di faro, lo Stato rischioso per attirare gli investitori e i loro soldi prometterà rendimenti maggiori, sempre di più sempre di più man mano che il rischio di quelle obbligazioni aumenta. Ad esempio la Grecia paga attualmente rendimenti pari al 44% se non sbaglio, mentre un Btp italiano rende tra il 3 e il 5% a seconda della scadenza (infatti le obbligazioni possono scadere tra qualche mese, o tra qualche anno anche fino a 30 anni. A seconda delle caratteristiche di ciascuna prendono nomi o sigle diverse, come Btp, Ctz, …). Ma cos’è il rendimento? Il rendimento non è il tasso di interesse di un’obbligazione! Quello rimane fisso dall’acquisto alla scadenza, mentre il rendimento varia giornalmente. Questo perché il rendimento è il valore attuale dei flussi di cassa in entrata meno il valore attuale dei flussi in uscita. Certo, definizione difficile ma il rendimento è difficile da spiegare diversamente. Provandoci direi che il rendimento alla scadenza è il rendimento che l’investitore otterrebbe dal titolo se lo tenesse in portafoglio sino alla scadenza. Quindi questa è la fine della prima parte. Riassumendo ricordiamo cos’è un’obbligazione e cerchiamo di distinguere il rendimento dal tasso di interesse, adesso conosciamo perché esistono le obbligazioni e perché il rendimento delle stesse aumenta o diminuisce nel tempo.

Ora invece domandiamoci perché il rendimento di un Btp a 10 anni è aumentato nel giro di poco tempo. Dicevo prima che sia la speculazione che le performance macroeconomiche scarse hanno causato questo aumento, ma a dirla tutta l’Italia non ha mai avuto i conti a posto! Ha sempre avuto un debito spropositato e una crescita bassa o negativa. Eppure gli anni precedenti il rendimento non era così alto, questo perché negli ultimi tempi è aumentata la sfiducia nei confronti dell’Italia e ora nei mercati finanziari c’è più paura che lo Stato italiano non rispetti le scadenze e vada in default (fallimento). Ciò non significa che sia ad un passo dal baratro, ma solo che da ora il debito pubblico ingente peserà più che nel passato e che se non attuiamo manovre correttive avremo nel lungo termini problemi economici. Ecco perché il Governo ha cercato di muoversi in fretta, per cercare di dare al mercato finanziario segnali rassicuranti per la serie: “Non preoccupatevi, adesso variamo una manovra grazie alla quale vi mostriamo di essere finanziariamente solidi e di riuscire a rispettare le scadenze per le nostre obbligazioni”. Ovviamente il mercato non ci ha creduto e i rendimenti hanno continuato a crescere. Invece a rimanere fermi sono stati i rendimenti tedeschi che vengono presi a riferimento grazie alla nomea che la Germania si è costruita di “paese virtuoso”. Considerando la Germania un paese dal basso rischio i rendimenti delle sue obbligazioni sono sempre stati bassi e sono diventati il termine di paragone tra rendimenti in Europa. Di conseguenza quando guardiamo la differenza fra i rendimenti italiani e i rendimenti tedeschi si parla di “spread”. Anche la differenza fra titoli italiani e titoli francesi rappresenta lo spread. In generale ogni differenza tra titoli di Stati diversi, ma con scadenze uguali, si chiama spread. Lo spread importante è, come detto, la differenza di rendimento tra le obbligazioni decennali tedesche (Bund) e le obbligazioni decennali italiane (Btp). Se il rendimento delle obbligazioni italiane è aumentato mentre il rendimento delle obbligazioni tedesche è rimasto uguale, lo spread ovviamente aumenterà. Questo aumento significa che l’Italia, in confronto alla Germania, dovrà pagare di più per ricevere denaro nei mercati finanziari utile per pagare la spesa pubblica.

Altro termine di cui si parla è “CDS”. Cds è una sigla che sta per Credit Default Swap e riguarda un titolo che assomiglia molto ad un’assicurazione. Un investitore stipula un Cds quando non si fida del proprio creditore e decide di assicurarsi contro il rischio di insolvenza. Se ad esempio un investitore non si fida dell’italia e pensa che il nostro Stato avrà delle difficoltà a rimborsare il capitale alla scadenza, stipulando un Cds si protegge dai rischi di un’eventuale insolvenza e, se lo Stato si mostra insolvente, l’investitore otterrà in cambio il pagamento della perdita sostenuta. Quindi non perderebbe niente. Se invece lo Stato non risulta insolvente, l’investitore non otterrà nulla ma al massimo avrà pagato il Cds. Se aumenta il numero di Cds sottoscritti su un’obbligazione italiana, vuol dire che un numero maggiore di persone vuole cautelarsi contro il rischio default dell’Italia e dunque significa che c’è meno fiducia e maggior rischiosità di un paese. Monitorare dunque il valore di un Cds può significare molto in termini di rischiosità di un titolo o di un’entità. A dare altre informazioni sulla rischiosità di un titolo o di un emettitore di debito ci pensano poi le controverse agenzie di rating. Le agenzie di rating si occupano di dare un giudizio a ciascun emettitore di debito (sia che esso sia uno Stato come un’azienda privata) sulla sua solvibilità, sulla sua solidità e rischiosità. Se le agenzie avvertono un maggior rischio di un paese, ad esempio, si dice che lo declassano (in inglese, downgrade) ossia lo fanno scendere di una categoria inferiore. I giudizi delle agenzie servirebbero ad aiutare gli investitori a capire su chi investire e sul rischio insito in uno strumento finanziario. Tuttavia la loro utilità è messa in discussione, ad esempio, dal fatto che i loro giudizi sono in grado di muovere il mercato. Se un’agenzia decide che l’italia è meno solvibile, questo provoca, il giorno dopo, una massiccia vendita di obbligazioni italiane e di un successivo ed ovvio aumento di rendimenti. Di conseguenze i giudizi delle agenzie di rating sono più che in grado di orientare il mercato. In particolare, l’italia ha subito un declassamento, ossia secondo alcune agenzie si è mostrata meno solvibile. C’è da dire che le agenzie più importanti nel mondo sono tre e si chiamano: Fitch, Standard & poor’s e Moody’s. Ognuna da giudizi indipendenti dalle altre e può essere che la maggior rischiosità di un paese sia avvertita da un’agenzia ma non dall’altra a seconda dei metodi di valutazione che adottano. Oltre all’Italia anche gli USA (che di solito non hanno mai avuto problemi di declassamento) sono stati declassati in questa crisi economica.

Questa è una piccola e veloce guida di cosa significhino molti dei termini che si usano correntemente nei tg o nei giornali. Posso ben capire che questa parte dell’economia possa risultare ostica per certe persone come a me risulta ostico qualcos’altro, e dunque per quanto siano tutto sommato concetti semplici credo di aver fatto opera gradita spiegare per filo e per segno non solo i singoli termini, ma più generale, il concetto di rischiosità e solvibilità di un paese, specie in questo caso che l’Italia ne è dentro fino al collo!





Tante persone per pochi posti

6 09 2011

Ieri c’erano i test nazionali per accedere alle facoltà di Medicina. Il rapporto fra posti disponibili e iscritti ai test era 1/10. in Italia ci sono ogni anno 90.000 persone che si iscrivono ai test d’ingresso sperando di ottenere uno fra i 9000 posti disponibili. Le Università dove è “più facile” entrare sono Trieste e Verona che hanno un rapporto 1/6 tra posti ed iscritti, mentre la “peggiore” è La Cattolica di Roma dove entra un ragazzo ogni 28 iscritti. Parlo di questo argomento non tanto perché dopo la mia laurea triennale in Commercio Estero ottenuta il 15 giugno ho deciso di cambiare percorso universitario, ma perché mi sono offerto di accompagnare la mia ragazza a sostenere questi famigerati test all’Università di Padova. Per onestà anticipo che sono una persona che nutre dei preconcetti nei confronti dei dottori e dei medici in generale. Non sono un loro ammiratore e, anzi, trovo sempre qualcosa da dire nei loro confronti. Non li ammiro mentre riconosco che il lavoro sporco lo fanno gli infermieri ai quali va tutta la mia ammirazione. Quando sono stato male e ho dovuto ricorrere alle cure del Pronto Soccorso (e ciò si è verificato una volta all’anno da tre anni a questa parte) ho notato che il compito del dottore era di mero burocrate: firmava, scriveva e basta. Chi mi ha curato nel vero senso della parola sono stati gli infermieri; ecco perché mi son formulato negli anni questa idea dei dottori. Inoltre altra cosa che influisce nella mia visione preconcetta ma non stereotipata è la mia avversione ai medicinali: cerco di prenderne pochi e solo in caso di bisogno, diversamente da altre persone che appena gli fa male un dito prendono un antidolorifico, quando hanno un leggero mal di gola prendono un antinfiammatorio e via discorrendo. Io i medicinali li prendo davvero solo nel momento del bisogno, ben conscio che se c’è un bugiardino lungo come un papiro all’interno di ogni scatola, un motivo ci sarà, no? E’ indubbio che i medicinali facciano bene, ma è altrettanto indubbio che i medicinali facciano male. Se ciò non fosse vero non ci sarebbe la parola “effetti collaterali”. Pertanto prendere una compressa che fa bene in un punto e male in un altro non mi pare una cosa molto intelligente. Ecco perché li prendo solo nel momento del bisogno privilegiando, se posso, rimedi naturali e che non necessitano di bugiardini.

Ora che vi ho esposto la mia idea nei confronti della medicina, passiamo a quello che ho da dire (di negativo, chiaramente) su ciò che ho visto nella giornata di ieri. Intanto una domanda: perché il corso di medicina è così ambito?Perché si presentano in 3000 per 400 posti? Che tutte queste persone abbiano nobili intenti e vogliano salvare il mondo? No, non lo credo! Forse l’idea del dottore che salva vite umane è lontana secoli dal modo di vedere le cose da parte della gioventù, visto che in treno i commenti si sprecavano su quanto fosse redditizia (economicamente) la professione del dottore. L’idea che mi sono fatto (che non significa nulla perché non è rappresentativa ma che comunque rappresenta una parte del problema) è che molti di quei 3000 iscritti cercavano di entrare per i guadagni che la professione medica può portare. Anche perché Medicina non è un corso di laurea poco stressante e visto che la durata complessiva è di 11 anni non vedo altre spiegazioni al perché attiri così tanta gente! Inoltre stando fuori dalle aule si scoprono cose interessanti, del tipo che decine e decine di studenti erano andati lì a provare il test non conoscendo bene la fisica, la chimica e la biologia. C’erano ragazze e ragazzi che telefonando a casa si lamentavano delle domande di fisica, biologia e chimica perché non conoscevano bene queste materie. Ma allora perché vai a fare il test e regalare i soldi della preiscrizione all’Università? Se non sai queste tre materie la vedo dura passare il test affidandosi soltanto alla cultura generale! Questo è un altro motivo che mi spinge a pensare che molti degli studenti di medicina scelgano questa carriera pensando unicamente al denaro. Quando poi in treno senti discorsi immaturi del tipo: “Hai idea di quanto si prende facendo il medico di base? Ormai non fanno niente, non visitano neanche e prendono tanto” capisci che alcuni ragazzi pensano solo al guadagno facile e non certo a salvare vite umane. Come se non bastasse, quando mi son trovato di fronte dei dottori competenti non è che mi abbiano fatto una grande impressione! Il mio medico di base e quasi tutti gli altri dottori che ho conosciuto negli anni (tranne 2 giovani dottori e alcuni di quelli privati) mi hanno sempre guardato dall’alto in basso con un’espressione di semi-arroganza, trattando la visita come una pratica da sbrigare velocemente. Non c’era da parte loro la disponibilità o la volontà di mettersi alla pari col paziente ed essere disponibili. Assolutamente! A volte non ti trattano con gentilezza e non è certo raro che alcuni dottori se ne strafreghino del paziente, perché magari sono impegnati ad andare a prendere il caffè e non possono firmare referti per la prossima mezz’ora. Proprio venerdì mi è capitata una situazione di questo tipo: ho accompagnato la nonna a fare un elettrocardiogramma e dopo venti minuti aveva già terminato. Ho dovuto aspettare più di un’ora per avere il referto. “Avrà scritto tanto il dottore” pensavo, e invece c’era la stampa dell’elettrocardiogramma e il suo timbro. Non un commento, niente. Un’ora per fare questa cosa? E perché le infermiere si lamentavano che non trovavano il dottore? Vedendo ieri le abitudini all’interno del Policlinico Universitario forse qualche idea di dove fosse il dottore me la sono fatta.

Mi sono accorto, infatti, che i dottori considerati nel loro insieme, sono dei gran bevitori di caffè e apprezzano moltissimo l’ambiente dei bar. Non solo: lo apprezzano così tanto che si sentano quasi a casa loro tanto che tra l’ambulatorio e il bar nemmeno si cambiano d’abito: li vedi circolare all’interno e all’esterno della struttura in camice e calzature da lavoro ai piedi. Ne ho contati 5 in una giornata intera che fossero vestiti in abiti civili, ma forse chissà quelli nemmeno erano dottori! Visto che è un malcostume presente ovunque in Italia quello di girare all’esterno dell’ospedale con i camici, mi domando cosa siano serviti 11 anni di studio! O insegnano loro al primo anno che non si circola all’esterno dell’ambulatorio con camice e scarpe da lavoro e poi nei 10 anni successivi se lo dimenticano, oppure veramente hanno studiato per nulla se già non si ricordano questo insegnamento base! Già prima pensavo che studiare 11 anni fosse una pazzia, ora lo penso ancora di più visto che dopo 11 anni non sei nemmeno in grado di capire che tu, dottore, non puoi andare al bar e mangiare col camice col quale visiterai i pazienti!!! Per la serie: “11 anni buttati nel cestino”. Come se non bastasse a certe persone leggevi in viso la boria di essere semi-dottori. Gente di 28 o 30 anni senza nulla ancora nella vita, con la prospettiva però di diventare dottore si atteggiava e se la tirava come una fionda per il solo fatto di avere il camice. A certe persone, forse, basta un semplice camice per credere di essere superiori ad altri e prendere in giro i partecipanti al test! D’altronde tutto questo è normale e fa parte della prassi! Alle scorse elezioni provinciali ho fatto lo scrutatore e la presidente di seggio, logopedista, raccontava della testa che ti fanno all’università appena entri a Medicina: ti dicono che tu sei in qualche maniera fondamentale nella società, ti dicono che per il solo fatto di avere la vita dei pazienti nelle tue mani tu sei superiore a loro e che la loro è una scuola di eccellenza. Ti bombardano il cervello di cazzate che, se anche sei una persona umile, non puoi nel corso degli anni non credere di essere superiore all’infermiere di turno e non puoi non guardare il tuo paziente con insofferenza ed arroganza, perché fa parte delle cose che ti insegnano. Già ieri ai test d’ingresso si è presentato il preside della facoltà in camice (ma è proprio necessario? Non sei lì in veste di medico, ma di presidente di una facoltà! Non puoi vestirti in abiti civili? Non credo che alla facoltà di Giurisprudenza il preside si presenti vestito da Pubblico Ministero o da Giudice! Un po’ di serietà per favore!) a dire che l’Università di Padova era la migliore, che era una scuola di eccellenza, che lui insegnava negli Stati Uniti, che aveva programmi d’eccellenza e via discorrendo. Se già partono in questa maniera, secondo voi è mai possibile mantenere l’umiltà che si aveva 18 anni? Io non credo ed ecco perché mal sopporto i dottori e l’intera facoltà di Medicina!

Senza voler dire nulla sui test che mi paiono inadeguati a selezionare le persone secondo un criterio serio, ho solo la speranza che l’interesse verso queste discipline diminuisca e che in futuro i dottori sappiano mettersi a pari livello col paziente sapendo che il paziente : dottore = cliente : azienda. Visto che è il paziente che permette al dottore di guadagnare, magari cercare quello che in economia chiamano “fidelizzazione del cliente” non sarebbe poi male! D’altronde a me pare scontato che tranne pochi casi il mestiere del dottore sia stato profondamente travisato e si veda in esso solo una possibilità di guadagno economico che altre professioni non offrono. Infatti per me i veri dottori sono quelli che curano pazienti tutto l’anno e poi vanno in Africa durante le ferie a curare i più poveri. Ce ne sono pochi di dottori così ma esistono. Non voglio dire con ciò che si è dottori solo se si va in Africa a curare i pazienti, ma questo è il modo giusto per dimostrare che sei entrato a Medicina per curare le persone. Forse i dottori e i futuri dottori devono dimostrare in qualche maniera perché sono entrati, perché son voluti entrare e perché la cura delle persone per loro riveste così tanta importanza, giusto per non aver più dubbi che lo facciano solo per desiderio di denaro!

P.S. Con questo articolo non è mia intenzione generalizzare e dire che tutti i dottori siano così oppure che tutti gli aspiranti dottori vogliono diventare medici solo per denaro, ma vuole solo descrivere l’ambiente che ho visto ieri ai test di Medicina a Padova e che, devo dirla tutta, un po’ mi ha nauseato. Le idee che mi son fatto non vogliono essere conseguenza del mio modo di vedere la medicina, ma sono suffragate da esempi riscontrabili nella vita reale. Son convinto che ciascuno di voi si sarà trovato davanti più di un dottore simile a quelli che ho descritto io. Se così è evidentemente un problema di fondo c’è, no?





La furbizia non paga. Insegniamolo a scuola!

27 06 2011

Ho sempre pensato che i mali del nostro paese fossero imputabili alla società civile. In particolare ho sempre creduto che fosse l’idea che “il furbo ha sempre ragione” a rendere l’Italia ciò che è adesso. Diversamente dagli altri paesi europei, quello che ci contraddistingue è proprio la ricerca della furbizia, della disonestà e la disobbedienza nei confronti della legge. Mentre all’estero chi fa il furbo la paga cara, qui da noi il furbo è ammirato e viene preso ad esempio. Questo a mio avviso ha dato vita ad una serie di comportamenti deplorevoli che ci rendono lo zimbello d’Europa. Ho altresì sostenuto la necessità che la società civile isoli, sin dal primo momento, chi intende aggirare le leggi o le convinzioni per arrecare profitto o vantaggio a sè stesso. Una buona notizia mi giunge da una scuola elementare e vi racconterò una storiella a mio avviso significativa.

In un piccolo paese gli studenti di una prima elementare si stanno apprestando a fare l’ultimo compito dell’anno di matematica. Oggetto: addizioni e sottrazioni. Tutti i bambini fanno il compito affidandosi a quanto studiato tranne un’alunna che invece si affida ad una calcolatrice portata da casa per l’occasione. Il maestro ovviamente la scopre e oltre a ritirarle il compito la costringe a passare classe per classe con la calcolatrice per mostrare che certe cose non si fanno.

Questa storia può ricordare a qualcuno le orecchie d’asino, con una differenza sostanziale: da parte del maestro non c’è la volontà di umiliare l’alunna, ma di mostrare che certe furbate alla fine non pagano. Ma se certe cose non se insegniamo già alle elementari ai bambini, quando crediamo che le imparino? A casa? Magari da genitori che nemmeno controllano lo zaino della propria figlia di 6 anni e non sanno che fa il compito con la calcolatrice? Per quanto il rimedio usato dal maestro possa essere stato “duro” (lo ammetto) secondo me dovebbe essere applicato su larga scala per insegnare che certe cose non solo non si fanno, ma nemmeno vanno pensato. Se non ci comportiamo in questa maniera, rischiamo di rimanere  immobili e continuare l’attuale andazzo italiano dove i furbi sono quelli intelligenti e dove i loro comportamenti vengono emulati e presi ad esempio. Dobbiamo, invece, pensare a diventare un po’ più continentali come mentalità e punire tutti i comportamenti difformi dalla legge. Altrimenti non aspettiamoci un miglioramento del nostro Stato e non lamentiamoci se poi anche in politica ci sono i soliti furbetti perchè, come già ho detto più volte, la politica non è altro che l’espressione della società, e se nella società una bambina di 6 anni fa le operazioni con la calcolatrice senza che nessuno le dica nulla, non aspettiamoci che la politica sia immacolata!





L’uomo che ha fottuto un intero paese

23 06 2011

L’economist versione europea ha dedicato la propria copertina a Berlusconi con in titolo che, tradotto, voleva dire: “L’uomo che ha fottuto un intero paese” (the man who screwed an entire country). To screw significa sia fottere nel senso dell’amplesso sia nel senso di raggirare, truffare, ingannare. All’interno del giornale si trova un report di 14 pagine che, letto da un italiano, non dice nulla di nuovo, ma letto da uno straniero può essere interessante. Si indaga praticamente il perché della bassa crescita italiana, i problemi della società e della politica. Quanto sta scritto è più che vero e condivisibile credo al 95%. Si parla di un tessuto di piccole-medie imprese poco volte all’internazionalizzazione e alla globalizzazione, di un paese restio ad accogliere gli immigrati, di uno Stato diviso tra Nord e Sud e tra culture diverse, di un sistema scolastico mediocre ed uno universitario scarso, della politica travolta da scandali e conflitti d’interesse, della piaga delle raccomandazioni, della mancanza di meritocrazia nel pubblico quanto nel privato, dell’eccessiva burocrazia, delle reti televisive monopolizzate dal premier, del sistema della giustizia scarso, della poca fiducia ai giovani, dell’emigrazione di cervelli italiani all’estero e via discorrendo. In 14 pagine però come avrete notato dal mio elenco ci sono più problemi sociali e culturali che non economici.

Se da un lato è vero che Berlusconi ha deluso le aspettative e non ha mantenuto le promesse, dall’altro lato è altrettanto vero che la mancanza di meritocrazia, l’emigrazione di laureati, le diverse culture in Italia eccetera sono problemi che non riguardano il singolo premier ma la società, noi tutti. Se l’Italia è stata fottuta da qualcuno, quel qualcuno siamo noi cittadini e non questo o quell’altro premier! A mio avviso la colpa di Berlusconi è di non aver mantenuto le promesse e di essere entrato in politica per convenienza personale. Ma questo non provoca crescita zero o problemi sociali come quelli descritti dall’Economist! Anche perché questi problemi hanno radici più profonde e non risalgono a 20 anni fa quando Silvio è entrato in politica. Per questa ragione, pur condividendo il report sull’Italia ritengo esagerato il titolo e credo che la ragione vada cercata nel clamore che si vuole suscitare e nelle maggiori copie che si vogliono vendere. D’altronde loro stessi in 14 pagine parlano (giustamente) più di problemi socio-culturali che non politici e non si capisce bene come un uomo in politica da 20 anni possa aver portato un popolo ad avere una tale mentalità. E difatti essendo impossibile da argomentare una cosa del genere, i giornalisti dell’Economist nemmeno si sprecano! Forse noi italiani siamo fin troppo bravi a trovare i capri espiatori e a limitarci a trovare una scusa o una persona su cui calamitare le colpe e le accuse. Invece per certi aspetti che esulano dal contesto economico-politico secondo me dovremmo recitare il mea culpa e vedere se, per caso, non è la nostra mentalità o le nostre piccole azioni quotidiane a rallentare questo paese.

In conclusione io ho letto l’articolo dell’Economist e ho tratto queste riflessioni. Quanti altri, pur sciacquandosi la bocca con Berlusconi, hanno fatto lo stesso? Pochi purtroppo! Però tutti conoscono il titolo e si aspettano che all’interno del giornale si trovi un report su Silvio. Non è così! E per dimostrarlo vi invito a mettere da parte i titoli dei nostri quotidiani che riprendono l’Economist e a leggere invece il numero del giornale inglese. Non insegnerà nulla questa lettura, ma è interessante e ci accorgeremmo di come l’Economist abbia voluto puntare su un uomo “spendibile” nel mercato com’è facilmente Berlusconi solo per fare clamore e vendere più copie. Credo ci sia riuscito con la complicità dei polli che dirigono le nostre testate giornalistiche!








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