Il problema dell’indipendenza

11 02 2013

Sono ahimè in ritardo nell’approfondire un tema che mi stava particolarmente a cuore e che non ho avuto tempo di approfondire precedentemente: il problema dell’indipendenza tra poteri dello Stato. Pochi preamboli, vado subito al dunque: la candidatura in politica di Ingroia ha, per me, dello scandaloso e non lo dico solo perché Ingroia è rappresentante di una parte politica completamente opposta alla mia. Ritengo sia scandalosa perché il Sig. Ingroia non ha ancora scelto cosa fare da grande. La politica, intesa come rappresentanza della società, deve necessariamente essere aperta a tutti: avvocati, giornalisti, magistrati, operai, impiegati, banchieri e via dicendo ma quello che trovo personalmente fastidioso è l’abitudine di certe persone di chiedere l’aspettativa per tentare un ingresso in politica. La politica o la si fa o non la si fa, non la si tenta. Non è un modo per ricevere visibilità mediatica o per arricchirsi; si tratta di una della attività più importanti e utili alla società se fatta in maniera cosciente. Fare politica significa fare sacrifici, significa mettere da parte sé stessi per combattere le cause dei più deboli. In quanto tale la politica non può essere un ripiego o un secondo lavoro. Trovo detestabile che Ingroia e Grasso abbiano chiesto l’aspettativa da magistrati per scendere in politica. E se poi la loro carriera in Parlamento non dovesse andare bene che facciamo? Torniamo come se niente fosse a fare il magistrato? E con quale indipendenza??? Perché è proprio questo il punto: l’arrivismo di certe persone fa dimenticare un articolo della Costituzione che afferma “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Per chi non lo ricordasse si tratta dell’articolo 104 della Costituzione ed è ancora più grave se non a ricordarselo è qualcuno che della legge ha fatto la professione. In questo post mi voglio scagliare certamente contro Ingroia e Grasso ma mentre il secondo lo tralascerò, mi concentrerò unicamente sul primo perchè diversamente dal secondo Ingroia negli anni ha messo in piedi una serie di comportamenti a mio avviso vergognosi. Prima però di parlare male del candidato di Rivoluzione Civile voglio fare un’ultima invettiva contro lo strumento della aspettativa: non ho nulla in contrario nel fatto che magistrati si candidino in politica. Credo possano apportare molto alla società perchè alcuni di loro possono essere davvero preziosi in ragione delle battaglie che hanno negli anni combattuto. Mi fa però rabbia vedere le persone che vogliono tenere il piede su due scarpe: secondo me devi stare o di qua o di là anche perché nel momento in cui tu, magistrato, ti “sporchi” in politica, non puoi tornare nella Magistratura con garanzia di terzietà ed indipendenza. Se è vero che il citato art. 104 afferma che la Magistratura deve essere indipendente dagli altri poteri, come si fa a presumere che un magistrato sceso in politica e successivamente tornato all’ovile sia indipendente e giudichi secondo la legge e non secondo le proprie idee? I magistrati sono persone normali e come tutti noi hanno anche loro le proprie rispettabilissime idee. Il plus di questa categoria, però, giace nel fatto che devono nell’esercizio delle loro funzioni, accantonare le proprie idee e far prevalere la legge. Non credo ci sia in Italia alcuna persona che possa dimostrarmi che un magistrato non sia politicizzato dopo essere stato in Parlamento. Nel momento in cui ti candidi ti sei già esposto, ti sei dichiarato e non sei più credibile per la giustizia. Ragion per cui ben vengano i magistrati nel nostro Parlamento, ma non tornino più a giudicare o a fare i PM perché non ne avrebbero più titolo. Francamente speravo che l’articolo 104 fosse già esaustivo e invece devo ricredermi perché penso che sia necessaria una legge ad hoc che neghi la possibilità di concedere l’aspettativa. Se uno sceglie deve scegliere in maniera definitiva. Facciano come Di Pietro o De Magistris che ormai in politica non possono tornare. Ma l’aspettativa, per favore, no.

Poi inevitabilmente la vicenda Ingroia è ancora più detestabile perché egli si è già reso protagonista di esprimere idee politiche quando i suoi colleghi molto più saggiamente tacevano. Ha continuato ad esprimerle in pubblico facendo vacillare la convinzione che non fosse di parte. Si è prestato a sonore critiche politiche ed è stato altresì richiamato dall’Anm. Se pensiamo che l’Associazione stessa ha richiamato un proprio membro ci rendiamo conto del fatto che le sue affermazioni in quel contesto specifico fossero chiaramente politiche perché mediamente un’associazione o un sindacato è sempre pronto a difendere i propri membri. Con Ingroia non è accaduto, è riuscito a paragonarsi a mostri sacri della Magistratura come Falcone e Borsellino. Ha quasi infangato il loro nome paragonandosi a loro quando secondo me invece varrà un centesimo di uno dei due. Ha usato (e questa è la cosa peggiore) i loro nomi a fini politici per acquisire maggiore credibilità agli occhi degli elettori. E’ riuscito a ricevere una risposta piccata da parte di una collega e dalla sorella di Falcone. E’ riuscito nell’incredibile intento di mettersi a livello di due magistrati uccisi dalla mafia. Per carità, totale rispetto per le battaglie, anche delicate, da lui compiute ma a volte quando parliamo di persone tragicamente scomparse per il bene della Repubblica dovremmo usare prudenza. Non pago di tutto ciò è andato (forse….) in Guatemala a coordinare un’importante missione dell’Onu. Evidentemente tale missione era molto breve se è vero che dopo due mesi era già di ritorno pronto per candidarsi. Delle due l’una: o la missione era molto semplice, oppure ha sputtanato l’Italia agli occhi del mondo lasciando l’incarico all’inizio! Quello che voglio far capire è che tutte le recenti azioni o comportamenti di Ingroia sono classificabili come “da spettacolo” tutti finalizzati ad aumentare la propria risonanza mediatica in vista di una futura candidatura. Dopo aver esternato idee politiche, dopo essere stato criticato ed accusato di mancanza di indipendenza, Ingroia ha pensato bene di dar ragione ai propri detrattori candidandosi. E in più senza lasciare la Magistratura, ma chiedendo soltanto l’aspettativa. A questo punto, poiché mi pare un evidente malcostume italiano, vorrei guardare in faccia le persone che avranno il coraggio di votare Ingroia per chiedere loro se non credono di far peggio eleggendo una persona che ha dell’inconsistente e forse priva di sani e solidi principi morali. La società italiana e la politica hanno bisogno di persone che possano diffondere principi validi, persone che possano insegnare qualcosa. in Parlamento abbiamo già troppa gente di dubbio gusto, non ce ne serve un altro!

L’altra categoria che mi infastidisce vedere in politica sono i giornalisti. Premetto che come prima anche per i giornalisti vale lo stesso discorso dei magistrati: ben venga la loro candidatura. Costoro però non sono soggetti a prescrizioni normative circa l’indipendenza dalla politica sicché il caso è meno grave. Tuttavia per l’idea che ho io di giornalismo ci dovrebbe essere una sorta di precetto morale che li guida: a meno che tu non sia chiaramente dichiarato politicamente (e non è per forza un male) non puoi dopo la parentesi politica tornare in un giornale e pensare che i tuoi lettori ti vedano come imparziale. Nel momento in cui anche un giornalista scende in campo la percezione che si ha della persona secondo me cambia. E a me piacerebbe che la classe giornalistica italiana fosse diversa: meno servi di partito e più gente in grado di giudicare, criticare e vedere la realtà in maniera obiettiva. Meno giornalisti arrivisti pronti a criticare Tizio piuttosto che Caio a seconda di come vanno nel paese le cose, meno giornalisti stipendiati da leader politici oppure mascheratamente imparziali. Mi piacerebbe che un giorno in Italia i giornalisti fossero davvero obiettivi mentre nella realtà di giornale obiettivo ce ne sarà (forse) uno solo. E’ vero che il giornalista fa delle critiche e delle opinioni il proprio mestiere, ma è altresì vero che il popolo italiano necessita di vera informazione. La vera informazione la si fa mettendo da parte nell’esercizio delle proprie funzioni, le proprie idee politiche andando a smascherare truffe, scandali e tramacci. L’informazione obiettiva è raggiungibile a patto che moralmente i giornalisti si sentano indipendenti. Ripeto: non mi illudo che ve ne siano di non schierati politicamente, ma le loro idee a mio avviso non dovrebbero trasparire nei loro articoli. La vera informazione non la si ottiene influenzando i propri articoli con le proprie idee. Non mi illudo che raccontare la verità senza condizionamenti politici possa essere difficile per tutti, ma se ciascun giornalista analizzasse una singola situazione nella maniera più obiettiva possibile (per lui) senza curarsi di interessi economici (propri) o politici (altrui) potremmo, secondo me, ottenere un’approssimata rappresentazione della realtà attraverso i diversi articoli. Mettendoli assieme, ascoltando le diverse campane potremmo farci un’idea maggiormente chiara di ciò che è avvenuto, posto come condizione iniziale che nessuno sia in grado di essere perfettamente obiettivo. In Italia ci sono tante cose da cambiare, e la politica secondo me arriva dopo. Non possiamo chiedere che qualcuno cambi la politica se ci sono magistrati politicizzati che vi entrano, giornalisti stipendiati dai partiti o persone moralmente discutibili. Prima di cambiare la politica, forse, è necessario cambiare la società. Se i magistrati dessero l’esempio, seguiti dai giornalisti per la nostra Repubblica potrebbe davvero essere un passo iniziale. Sui magistrati ho già proposto come fare: il prossimo governo si impegni a vietare l’aspettativa per scendere in politica. Sui giornalisti ho solo la speranza che il connubbio politica-giornalismo cessi presto. Il finanziamento pubblico ai giornali venga messo nelle mani di un ente statale apposito apolitico, ad esempio. Ma soprattutto, dobbiamo sperare e avere fiducia nelle nuove generazioni di giornalisti: solo loro possono, per il bene della propria categoria, rifiutare sdegnosamente l’appoggio politico per mantenere la libertà di esprimere totalmente le proprie idee. Non parlo di utopia, ma di qualcosa realizzabile. L’importante è non essere arrivisti ed avere decisamente a cuore la propria professione: se c’è la passione, a mio avviso, non c’è leader politico o partito che tenga!

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