La raccomandazione

14 02 2013

Noi sappiamo che uno dei mali della nostra società sta nella raccomandazione. Quell’odioso meccanismo per cui solo certe persone possono ambire a determinati posti a prescindere dalle conoscenze e dalle capacità. La raccomandazione, in Italia, provoca due gravi conseguenze: da una parte dà il posto di lavoro a persone che non lo meritano e, di riflesso, impoverisce tutti noi in quanto se ad ogni posto di lavoro si abbinasse una persona in grado di svolgere quell’attività tutto sarebbe più efficiente e redditizio. Su questo sono discorsi ovvi, al limite del banale. Poiché tutti noi conosciamo il fenomeno e ne conosciamo altresì i rischi non mi dilungerò molto, soprattutto perché molti fra di noi, magari, si sono già imbattuti in casi concreti di raccomandazione e potrebbero essere loro a dover scrivere degli articoli nei propri blog. Quello su cui oggi mi voglio focalizzare è un altro discorso: la raccomandazione è talmente presente in Italia che ormai spesso viene usata da certe persone come scusa o giustificazione per non arrivare ai propri obiettivi. Parlando nella vita reale con gente diversa mi sono accorto come la raccomandazione sia presente a tutti i livelli e in tutti i settori. Almeno a parole! Difatti quando parlo con un interlocutore che mi avvisa dei propri obiettivi, dei propri studi e di ciò che vorrebbe diventare e sento la parola “raccomandato” mi metto subito all’erta. Non voglio dire di essere diffidente e di sottovalutare la raccomandazione, tuttavia credo che molto spesso quando certe persone non vengono ritenute valide per un posto la loro giustificazione classica è: “Si vede che è un raccomandato”. Questo generalizzare a mio avviso porta ulteriori gravi danni nella società perché spinge l’interlocutore a credere che davvero la raccomandazione sia ovunque e, come istinto naturale, anche il singolo soggetto sarà spinto a ricorrere alla raccomandazione. La realtà invece almeno a mio avviso è diversa: la raccomandazione c’è, esiste, e non si può negare, ma molto spesso più che la certezza che uno sia raccomandato si ha solo il vago sospetto o a volte nemmeno quello. Ma visto che coi sospetti non andiamo da nessuna parte e, anzi, incrementiamo l’insicurezza nella società io tendo a non credere a tutte quelle persone che ad esempio dicono: “Eh mi piacerebbe fare questa cosa qui, ma si sa che in quel settore entrano solo i raccomandati”. Da una parte, quindi, la raccomandazione viene esagerata ed esasperata e da un’altra non è a tutti i costi un fenomeno negativo e qui voglio spiegare il perché:

La raccomandazione, a mio avviso, provoca danni se mette nei post sbagliati persone altrettanto sbagliate, se per far piacere ad un amico o un familiare lo si assume anche se questa persona non sa fare quell’attività. Ma poniamo l’idea di un imprenditore qualunque in Italia, un piccolo medio imprenditore. Costui cerca un impiegato od un operaio e gli giunge la segnalazione di una persona, magari un figlio di un amico che potrebbe ricoprire quel ruolo. L’imprenditore lo convoca e lo sottopone a dei colloqui e vede che effettivamente quella persona potrebbe meritare, lo mette sotto stipendio e si accorge che effettivamente quel lavoratore merita. Si tratta anche in questo caso di raccomandazione. Ma è una raccomandazione sbagliata o dannosa? A mio avviso no. Nel settore privato, ad esempio, spazi per la raccomandazione ce ne sono pochi. O sei capace di svolgere un determinato lavoro oppure a meno che tu non sia un intoccabile nelle piccole medie realtà anche il raccomandato può aver vita dura se non è in grado di svolgere quel determinato lavoro. I settori nei quali la raccomandazione può fare maggiormente danni sono il settore pubblico e le grandi aziende. Nel settore pubblico sappiamo che assumere è difficile e licenziare quasi impossibile, sicché mettere nel posto sbagliato personale altrettanto sbagliato è facile (per via di collusioni tra politica e pubblica amministrazione e perché “intanto paga Pantalone”) e licenziarlo impossibile. Sicché in questo caso nel pubblico la raccomandazione provoca danni a prescindere che sia “buona” o “cattiva”. Se è “cattiva” gli effetti dannosi sono intuibili, se è “buona” in ogni caso lo Stato si è comportato in maniera amorale perché al posto di mettere tutti i candidati sulla stessa linea e testarli ne ha promosso direttamente uno togliendo lavoro ad altri. Nelle grandi imprese, invece, le collusioni coi poteri forti sono ovviamente maggiori che non nelle piccole-medie imprese e i margini sono tali che un lavoratore in più o in meno alla grande azienda non cambia nulla. Ma se a fronte di uno stipendio in più da pagare il management si assicura relazioni forti e duratore con politici influenti allora quello stipendio verrà visto come altamente produttivo per la direzione centrale. Tuttavia, come dicevo poco fa, in questo settore la raccomandazione fa sicuramente maggiori danni perché anche qui (proprio per via delle relazioni impresa-politica o impresa-impresa) il licenziamento potrebbe essere cosa difficile e in periodi economici negativi potrebbero pagare onesti lavoratori in luogo del disonesto lavoratore messo lì per compiacere l’amico influente di turno. Inoltre la raccomandazione difficilmente si osserva in lavori modesti dallo stpendio modesto e questo naturalmente crea danno patrimoniale alla società stessa e agli investitori di quella società. Nel settore privato nelle aziende medio-piccole, invece, se il raccomandato non è in grado di svolgere il lavoro per cui è stato assunto, i danni sono maggiori dei benefici e l’imprenditore non avrà remore a sbarazzarsene, anche perché in contesti medio-piccoli uno stipendio non ha la stessa incidenza che in settori grandi (ovviamente) con grandi margini. Di conseguenza il mio invito è quello di distinguere quando si parla di raccomandazione tra quella “buona” che non crea danno e quella “cattiva” che invece danni ne crea. Se da un lato la raccomandazione nel settore pubblico è inaccettabile e rappresenta per me una vergogna nazionale, è anche vero che nel settore privato non ci sono regole o comportamenti morali ben precisi e determinati. Un raccomandato può, di per sè. essere anche utile alla società presso la quale lavora e non è vero ch l’imprenditore privato debba proporre il posto di lavoro ad una platea di disoccupati: se gli giunge una segnalazione di una persona affidabile è normale ch si fidi di quella persona soprattutto se la conosce da anni. Quello che voglio dire, in definitiva, è che ciascuno di noi se deve affidare qualcosa a qualcuno preferisce affidarlo ad un amico, un conoscente o un parente. Si tratta unicamente di fiducia e nel settore privato a mio avviso, non è così pericolosa come nel settore pubblico. Inoltre, altra obiezione, non sempre si è in grado di dire se quella persona ha ottenuto il posto perché effettvamente raccomandato oppure no. Infine, terza obiezione, chi ci dice che il raccomandato non sia addirittura migliore di noi? Non tutti i raccomandati sono persone inutili e dannose!

E qui arrivo dove volevo arrivare: la raccomandazione viene usata da molti di noi come una scusa e talvolta si usa a mo’ di sospetto per scatenare una propria frustrazione. Ciò che è successo poco tempo fa in un comizio del Pd non mi è piaciuto granché: una certa Chiara Di Domenico ha accusato la figlia di Pietro Ichino di raccomandazione perché a 24 anni è entrata in Mondadori. Sicuramente la Di Domenico di strada ne ha da fare perchè ancora non sa che non basta fare nomi così ma servono le prove per sostenere una propria idea. Prove non mi pare ne siano state fornite sicché di quella becera denuncia è rimasto soltanto un nome che verrà preso di mira nei prossimi mesi. Inutile dire che nel Corriera della Sera uno scrittore (a me sconosciuto in realtà) ha affermato di aver lavorato con Giulia Ichino e di aver apprezzato la sua professionalità (lo trovate QUI il link alla notizia). Inutile dire che di Giulia Ichino noi non sappiamo nulla se non che è figlia di Pietro Ichino. Eppure il cognome ingombrante non è certo sinonimo di raccomandazione. Per quel che ne sappiamo noi la Ichino potrebbe essere un’ottima professionista dall’eccellente background accademico. Lei le spiegazioni (non doveva dare spiegazioni, in realtà) le ha fornite e a me ha lasciato l’idea che questa vicenda sia nata per un odio rancoroso della Di Domenico. Ovviamente in Italia poi ce la prendiamo col capro espiatorio di turno, non ci curiamo della sua preparazione ma ci basta che qualcuno faccia una denuncia che siamo pronti a scattare. Lo stesso pensavo e dicevo quando venne fuori il nome della figlia della Fornero ricercatrice in un ateneo italiano. Anche per la figlia della Fornero erano stati avanzati sospetti di una raccomandazione senza tener conto del periodo di studi passato all’estero e delle pubblicazioni che aveva fatto. Come spesso accade la nostra informazione si rivela lacunosa e la denuncia fatta dalla Di Domenico mette tristezza. Maggiore tristezza avanza quando Bersani al posto di prendere le distanze si avvicina commosso. Credo che in fatto di raccomandazioni prendersela con un bersaglio sia comodo, ma la prossima volta sarebbe il caso di portare le prove che si hanno o tacere. Perché il sospetto di raccomandazione fa più danni della raccomandazione pura e semplice per i motivi citati sopra. Come spesso dico, la politica ha un ruolo e compito molto importante: dare l’esempio. In questo son convinto che la Di Domenico abbia ancora tantissimo da imparare e, senza dubbio, per la prossima volta si conterrà. Bersani, dal canto suo, che dovrebbe dare maggiormente l’esempio, pensi a prendere le distanze da accuse senza prove, pena lo scendere in una campagna elettorale becera! Se la Di Domenico voleva avere i suoi 5 minuti di notorietà li ha avuti. Siccome stava parlando di temi molto importanti per la nostra società, la prossima volta al posto di agitare sospetti infondati pensi a proporre esempi concreti perché sicuramente l’uscita da un mondo precario si può ottenere anche grazie a chi, come Chiara Di Domenico, il mondo precario lo conosce bene. Ma ahimè, non è questo il modo di combattere una giusta battaglia!